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The Confession Tapes: quando il dubbio diventa protagonista

Quante volte, al telegiornale, ci è capitato di seguire le indagini relative a un caso di omicidio? Sicuramente troppe. Il gusto per il macabro che ormai sembra essere diventato la norma nei servizi di cronaca ci ha educati su armi del delitto, indagini, interrogatori sfiancanti, imputazioni e processi lunghi, lunghissimi, talmente tanto da farci quasi dimenticare di cosa stiamo parlando. Quello che ci rassicura, tuttavia, è che la giustizia trionfa sempre, che i cattivi finiscono in prigione, che i buoni vengono scagionati e che (per poco) la pace regna sovrana nel mondo.

Ma se non fosse sempre così? Se a volte venisse usata una scorciatoia per assicurare alla giustizia la persona sbagliata?

Questo è il fulcro della serie di Netflix The Confession Tapes, una raccolta di sei diversi casi di omicidio articolati su sette episodi, dove vengono proposti allo spettatore documenti originali relativi ai diversi fatti di cronaca: fotografie delle scene del delitto, testimonianze di avvocati, di poliziotti, registrazioni video o audio degli interrogatori. Senza entrare troppo nel dettaglio, vi basti sapere che in tutti i casi presentati le tecniche di interrogatorio utilizzate dalla polizia sono piuttosto discutibili. Non si parla di tortura fisica, ma di minacce, insinuazioni, pressione psicologica e promesse portate al loro estremo per estorcere una confessione.

Se è vero che tutti i criminali sono innocenti, se dovessimo dare ascolto alle loro parole, è altrettanto vero che manipolare la mente di una persona che ha appena subito un grave lutto ed è in stato di shock è estremamente semplice, nonché subdolo. La serie di Netflix gioca moltissimo su questo concetto, mostrando come i metodi utilizzati “dal sistema” non siano infallibili ma siano anzi eticamente e umanamente scorretti, mettendo lo spettatore nella posizione di dubitare della giustizia degli arresti.

La scelta di utilizzare poi materiale autentico e testimonianze video di varia natura rende il tutto molto più reale: quell’interrogatorio c’è stato davvero, quella persona è morta davvero, quell’imputato che forse è innocente è stato incarcerato davvero. Per quanto sia chiaro che la regia giochi sull’emotività dello spettatore e che voglia indurlo a pensare che non sia stata fatta giustizia, in fin dei conti non viene mai dato un giudizio vero e proprio. Molte sono infatti le testimonianze di amici, parenti, giurati a favore delle condanne: lo spettatore può decidere a chi credere in totale autonomia.

Insomma, The Confession Tapes è un’ottima alternativa alla solita serie crime, dove bene o male sappiamo già che per quanto complesse siano le indagini andrà tutto per il meglio e il cattivo sarà assicurato alla giustizia: qui invece siamo divorati dal dubbio che sia stata fatta effettivamente la cosa giusta. Nel modo giusto.

 

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2 pensieri riguardo “The Confession Tapes: quando il dubbio diventa protagonista”

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