Serie TV

BoJack Horseman, ovvero: in fondo siamo tutti animali

Sin da piccola ho sempre avuto un debole per i cavalli. Il mio sogno di bambina era quello di averne uno tutto mio: sarebbe stato nero, abbastanza possente, e si sarebbe chiamato Ombra. Avevo mille modellini di ogni forma e dimensione, e nei miei giochi erano quasi sempre i cavalli, non gli esseri umani, ad essere gli eroi e i protagonisti.

Poi sono diventata grande, e ho scoperto BoJack.

BoJack Horseman, serie originale Netflix, è arrivato ormai alla quarta stagione ed è stata rinnovata per una quinta. La storia gira intorno alla vita di BoJack, umanoide con la testa da cavallo, che raggiunge il successo negli anni ’80 con la comedy di cui è protagonista, Horsin’ Around. Dopo i fasti della gioventù però il nostro amico equino si ritrova solo, con seri problemi di alcool, di droga, e una pancia prominente; come se non bastasse, nessuno più vuole lavorare con lui a causa del suo carattere irascibile e ben poco accomodante. Per cercare di tornare sulla cresta dell’onda decide di scrivere un’autobiografia, scoprendo presto di non esserne in grado: chiede così l’aiuto di Diane Nguyen, giovane ghostwriter che, tra un’interruzione e un’altra, cerca di raccogliere materiale per il libro. Nel corso delle vicende lo spettatore conosce anche Princess Carolyn, l’ambiziosa gatta agente di Bojack che cerca disperatamente di trovargli un ruolo; Todd, sorta di imbucato nella vita del cavallo, maltrattato da ogni essere in cui si imbatte; Mr. Peanutbutter, un golden retriever di successo che ama tutti e da tutti è amato.

All’inizio, BoJack Horseman può sembrare l’ennesima serie animata da guardare per distrarsi un po’ dai mali della vita: ci sono dei buffi umanoidi con le teste di animali, situazioni comiche, e non mancano le caricature di diverse star della tv e del cinema. Peccato che dopo pochi episodi ci si renda conto che questo prodotto Netflix parli dei mali della vita.

Depressione, problemi relazionali, sesso, conflitti generazionali, dubbi amletici, droghe, gravidanze illegittime e aborti spontanei, delusioni, fallimenti, voci nella testa: di questo e molto altro parla BoJack Horseman. E i temi trattati non sono affatto affrontati con leggerezza o con ironia, perlomeno non sempre: spesso i personaggi si trovano in situazioni davvero drammatiche, che non lasciano spazio alla risata o al sorrisetto divertito. No, Bojack e soci hanno grossi problemi che cercano di superare al meglio delle loro possibilità, a volte con profitto e a volte con risultati tragici.

La scelta di protagonisti con teste di vari animali (solo Diane e Todd sono completamente umani) ha ricadute su più piani. Innanzitutto è un modo intelligente di caratterizzare i personaggi: Mr. Peanutbutter, per esempio, si comporta proprio da cagnolone un po’ stupido quale è, fissato con lo sport, amichevole e chiacchierone, sempre pronto a buttarsi in nuovi progetti senza rifletterci su più di tanto. Un cucciolone a cui grattare la pancia, insomma.

Ma proprio caratterizzare in maniera così animale esseri che si comportano come degli umani crea una sorta di conflitto inconscio: com’è possibile che un cavallo pensi quello che penso io? Perché quel gatto deve affrontare i miei stessi problemi quotidiani? La risposta è, caro spettatore, che i creatori di BoJack vogliono darti la sensazione che ciò che stai guardando non sia possibile per te. Tu non ti drogherai mai, non avrai mai problemi con l’alcool, non andrai mai a letto con la persona sbagliata, non ti innamorerai mai senza essere in grado di esprimerti… o forse tutto questo ti è già capitato mille volte, o ti capiterà, ma non lo vuoi ammettere. E così un cavallo può avere un terribile rapporto con sua madre, esattamente come potresti averlo tu, anche se non ti piace ammetterlo. Anzi, non ti piace neppure pensarlo.

Ultima motivazione che, visti i tempi terribili nei quali viviamo, mi sento di aggiungere, è che BoJack parla anche, indirettamente, di inclusione. Tutti i personaggi appartengono a famiglie animali diverse, e tutti convivono serenamente insieme: gli esseri umani trattano da pari cani e gatti, e anche i topi. Certo non si sopportano, a volte, ma non è mai un problema di specie, di razza o di provenienza geografica: ricordo forse un paio di episodi in cui si parlasse di divergenze culturali, che vengono però superate con successo da tutti gli interessati. A Hollywoo l’armonia è ben lontana dal regnare sovrana, ma tutti sono eguali, con eguali diritti e eguali doveri. Non so se questo, da parte degli autori, sia un messaggio antirazzista,  antispecista e vegano nascosto tra le righe, o solo la tendenza di chi scrive a volere la pace nel mondo: se fosse però un elemento consciamente inserito nella serie sarebbe senza dubbio un bel messaggio da veicolare usando degli animali parlanti che abusano di sostanza psicotrope.

In conclusione, se volete guardare BoJack Horseman non date niente per scontato: sarà divertente, vi farà ridere, ma tra una risata e l’altra vi ritroverete probabilmente con il magone a domandarvi cosa fareste voi in quella situazione. O vi ricorderete come vi siete sentiti.

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