Film

Tutti gli uomini di Sua Maestà (e del Presidente)

Una delle cose che mi ha sempre affascinato di più del cinema d’azione inglese è la capacità dei registi di esprimere la britishness dei protagonisti in maniera magistrale. Esempio lampante in materia è senza dubbio James Bond: l’affascinante spia di Sua Maestà rappresenta l’eleganza, lo humor sottile e la compostezza d’oltremanica in ogni singolo film.

Anche i due capitoli di Kingsman, tratto dall’omonimo fumetto di Millar e Gibbson, girati da Matthew Vaughn, non fanno eccezione. La trama non è nulla di particolarmente innovativo: un ragazzo difficile viene preso in simpatia da un agente della Kingsman, segretissima agenzia di spionaggio inglese, che naturalmente farà di tutto per riportarlo sulla retta via. Ovviamente c’è un super cattivo da sconfiggere e il mondo da salvare: un normalissimo film d’azione, con esplosioni, spari e gingilli elettronici vari.

Ma la peculiarità di questi due film è l’ironia, neanche troppo sottile, che li percorre: uno humor inglese marcato, esagerato addirittura, che non risulta tuttavia fastidioso e non fa pensare mai ad una sorta di compensazione per mancanze tecniche del film. Anzi, la fotografia, il montaggio, le scelte di regia sono tutte azzeccatissime e di altissimo livello: basti pensare all’ecatombe nella chiesa del primo episodio e all’inseguimento e al combattimento finale del secondo. Nulla è lasciato al caso: tutti i dettagli sono curati, e l’occhio del regista sorveglia sempre con attenzione ciò che accade dall’altra parte della cinepresa.

Un elemento che mi ha lasciata piacevolmente colpita è l’attenzione per i personaggi secondari: i due grandi protagonisti alla fine sono sì bellibraviefortissimi, ma a parer mio sono molto più interessanti altre personalità all’interno dei film. I due cattivi, per esempio, mi sono piaciuti tantissimo: entrambi vanno oltre lo stereotipo dell’imperatore del male assetato di sangue – benchè nessuno dei due sia propriamente uno stinco di santo – aggiungendo elementi comici e rendendoli buffi, surreali, ma non stupidi. Nel primo capitolo Samuel L. Jackson interpreta Valentine, famoso cantante/produttore americano con la lisca e un’avversione per il sangue tale da dargli la nausea alla vista di una sola goccia; nel secondo invece Julianne Moore è un’imperatrice della droga, relegata nella foresta cambogiana, che per non sentire nostalgia di casa costruisce Poppy’s World, una sorta di villaggio anni cinquanta in mezzo alla giungla. E ha una passione smodata per Elton John e le rime. Dire che questi, come altri personaggi, oscurino i due veri protagonisti Taron Egerton e Colin Firth è senza dubbio eccessivo, ma si creano dinamiche e equilibri che è difficile trovare in un prodotto del genere.

Il film prende chiaramente in giro le classiche storie di spie: nel secondo capitolo a fianco dei Kingsmen (che, tradotto in italiano, significa “gli uomini del re”) troviamo gli Statesmen (ovvero “gli uomini dello Stato”), i molto poco sobri cugini americani equipaggiati con cappello da cowboy e lazo elettrificato. Scimmiottare senza mai mancare di rispetto, e anzi citando in maniera intelligente i vari 007 Mission: Impossible è un saggio modo di dimostrare come un genere fin troppo inflazionato possa essere ancora svecchiato e abbia ancora alcune cose da dire. Soprattutto il secondo capitolo si prende numerose licenze, arrivando anche a utilizzare suggestioni dal grande cinema western americano; e, a proposito di America, a parer mio non è un caso che il Presidente descritto nel film sia un egoista a cui poco importa dei propri connazionali, ma solo del potere. Chissà se Vaughn ha preso ispirazione da qualche capo di Stato attualmente in carica.

In conclusione, Kingsman è un film assolutamente da vedere: The Secret Service prima e The Golden Circle poi sono senza dubbio due piccoli gioiellini, divertenti, raramente banali e che soprattutto dimostrano che basta una risata per salvare il mondo. E una bomba a mano.

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