Serie TV

Essere un’Ancella

Qualche tempo fa un’amica, chiacchierando, mi ha detto: “Sai, vorrei leggere Il racconto dell’ancella della Atwood. So che ne hanno fatto una bella serie ma prima vorrei procurarmi il libro.”

Io Margaret Atwood la conosco, dal momento che è stata parte del programma di ben due esami universitari. E so come scrive: devo ammettere che i due romanzi che ho letto, Oryx and Crake L’anno del diluvio, non mi hanno entusiasmata. Mi ricordo che un mio amico, mentre studiavamo insieme, mi faceva notare che storie come queste funzionano molto meglio su piccolo schermo che non su carta. E anche se gli avevo dato ragione allora, non posso che sottoscrivere la sua affermazione adesso, dopo aver finito di guardare The Handmaid’s Tale.

Non mi soffermerò sugli otto Emmy Awards vinti: non avrebbe senso sottolineare l’eccellenza di un prodotto che a livello di regia, montaggio e recitazione è fuoriscala. Non avrebbe senso raccontare di come lo slow motion, i primissimi piani, i campi lunghi e lunghissimi sono utilizzati in maniera magistrale. Non ha senso far notare che Elisabeth Moss, attrice protagonista, e tutto il cast, abbiano fatto un lavoro meraviglioso tanto da dare l’illusione allo spettatore di sentire e vivere ciò che accade sullo schermo. Non avrebbe senso perché sono quasi delle ovvietà. Non è ovvio, tuttavia, il modo di trattare l’argomento “donna”, con tutto ciò che ne consegue.

Negli ultimi anni sempre più spesso ci si imbatte, in letteratura come nel cinema, di personaggi femminili che in un modo o nell’altro non corrispondono ai canoni di femminilità a cui secoli e secoli ci hanno abituati: eroine, guerriere, lesbiche, madri single, tutte figure che si conquistano un posto (a volte a caro prezzo) in una società dove non sempre c’è posto – un esempio è Big Little Lies, che ha un modo interessante di trattare l’argomento, seppur in maniera indiretta. In fondo anche The Handmaid’s Tale presenta le donne sotto forme diverse: vittime, padrone, aguzzine di se stesse oppure complici e ribelli. Eppure c’è qualcosa, in questa serie, che tocca delle corde ancora più profonde, creando un mondo distopico pericolosamente verosimile, claustrofobico e spaventoso.

Tutto ruota intorno al concetto di maternità. Essere o non poter essere madri, volerlo diventare e non, poter gioire della propria sessualità senza uno scopo preciso e del proprio corpo sono i cardini attorno ai quali tutto ruota. La differenza è che qui il tono è urgente e pressante: in un mondo sterile, le poche donne fertili diventano una merce rara e preziosa da sfruttare. Sono oggetti, non individui. The Handmaid’s Tale è una distopia cupa, nera, in cui ogni episodio è un grido d’aiuto. Diventa difficile staccarsene ma anche continuare. Questa serie solleva delle domande e delle problematiche, relative alla femminilità e all’essere donna, che vengono troppo spesso trascurate. Se non sono madre, posso essere donna? Se sono donna, posso vivere senza un uomo? Se sono donna, posso gioire della mia sessualità? Come devo essere, per essere donna?

Tutto questo suona tremendamente femminista, e secondo me lo è. Ma attenzione, questo non vuole escludere l’uomo dal dialogo: per quanto il focus sia sulla donna, ritengo sia sbagliato arrivare a fare del sessismo al contrario. Certo, sicuramente questi temi hanno un impatto molto più forte su un pubblico femminile, ma è giusto che anche quello maschile venga incluso nel discorso, e anzi metta alla prova la propria sensibilità e tentino di rispondere ai quesiti sollevati.

Queste domande non hanno una sola risposta, o forse non ne hanno nessuna. Ed è proprio la mancanza di risposte ma solo pressanti domande che rende questa serie così forte e a tratti insostenibile. C’è però uno spiraglio, una boccata d’aria che ogni tanto lascia intravedere un po’ di luce in questo mondo dai colori spenti: la speranza, la lotta, il desiderio di riscatto più grande della paura. Forse c’è ancora una via d’uscita percorribile.

Ma nel frattempo non possiamo fare altro che sentirci anche noi Ancelle, costrette a vivere in un mondo distorto e ferito ma che, se lo vogliamo, ha ancora una possibilità di riscatto.

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