Film

Macchine umane o umani meccanici?

Uno dei film senza dubbio più significativi degli anni Ottanta, che piaccia o meno, è Blade Runner. Anche chi non l’ha mai visto sa di cosa sto parlando: la frase “ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare” vi dice niente? Ecco, adesso sapete da dove arriva la citazione. La storia in sé è interessante, mutuata dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheeps? di Philip Dick, mostro sacro della fantascienza; la storia ruota intorno a Rick Deckard, cacciatore di taglie, che viene incaricato di neutralizzare tutti gli androidi chiamati Replicanti di un determinato modello perché ritenuti troppo violenti e pericolosi. Da qui iniziano una sanguinosa guerra, una storia d’amore, e una serie di inseguimenti in una Los Angeles distopica e perennemente sotto la pioggia alla ricerca di una risposta: quanto umani sono gli umani e quanto inumani sono i Replicanti? 

Ovviamente non c’è nessuna risposta. All’epoca infatti libro prima e film poi sollevarono quesiti di carattere etico e morale legati allo sfruttamento delle tecnologie e all’inumanizzazione potenziale incontro alla quale stava andando l’umanità. Domande senza dubbio importanti e nuove, per l’epoca.

Proprio per questo il sequel, Blade Runner 2049, risulta essere un po’ debolino a livello di trama. Sì, ok, sappiamo che un film come l’originale è inarrivabile; va bene, non siamo più negli anni Ottanta e certe problematiche non hanno ragione di venir affrontate. O forse no, è il contrario: proprio perché la nostra generazione è sempre più orientata alla tecnologia e l’idea di avere un ologramma per amante non è così assurda bisognerebbe rifarsi queste domande con più urgenza. Per quanto la trama sia intricata, alla fin fine i nodi vengono tutti al pettine senza grandi sorprese. E dispiace, perché probabilmente si sarebbe potuto fare di più e meglio a livello di contenuti: soprattutto il tema della maternità e della vita artificiale non creata ma nata potevano essere approfonditi in maniera diversa.

Il punto di forza del film, invece, è proprio l’impiego della tecnologia per realizzarlo: gli effetti speciali sono eccellenti, e ho apprezzato moltissimo anche l’uso del suono come colonna sonora – mi risulta difficile definire quello che ho sentito musica, ma il mio commento non vuole essere svilente nei confronti di ciò che ho sentito che anzi mi è piaciuto molto. Sicuramente vedere il film in una sala dotata del sistema Dolby Atmos, la nuova tecnologia che prevede l’impiego di più di sessanta casse, ha contribuito a rendere l’esperienza inclusiva e coinvolgente.

La ciliegina sulla torta però è il montaggio, e la costruzione di determinate scene in postproduzione. Ci sono momenti di puro virtuosismo, ma non quello fastidioso e un po’ sborone che si incontra ogni tanto: no, quello bello, finalizzato a costruire qualcosa di unico finalizzato al piacere degli occhi dello spettatore. I colori vividissimi, contrastati, l’opposizione cromatica contribuiscono a rendere Blade Runner 2049 un film bello dal punto di vista estetico, più di molti altri dello stesso genere.

Insomma, anche a distanza di anni, ancora ci chiediamo se gli androidi sognano pecore. O se sanno amare, sentire, procreare come noi. E soprattutto se noi sappiamo ancora gestire la nostra umanità, oppure no.

E ancora non abbiamo una risposta.

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