Serie TV

Stranger Things, o dello strafare

Tutti l’abbiamo attesa con trepidazione, tutti non vedevamo l’ora di vedere cosa sarebbe successo, tutti l’abbiamo guardata e ce ne siamo innamorati o lamentati: sto parlando della seconda stagione di Stranger Things, serie di Netflix che ha bisogno di pochissime presentazioni vista e considerata la massiccia e quasi invadente campagna di marketing che gira intorno a questo show.

Partiamo dal presupposto che la prima stagione mi è molto piaciuta: seguendo in maniera intelligente il revival anni Ottanta e la curiosa tendenza della mia generazione ad essere nostalgica per qualcosa che non ha mai visto, i creatori di Stranger Things hanno catturato subito una larghissima fetta di pubblico, accontentando esigenze diverse e facendo tutti felici con un buon prodotto. Ma forse, visto il grandissimo successo, sarebbe stato più saggio fermarsi ad una sola stagione.

Questi nuovi otto episodi non sono brutti, attenzione: la storia è sempre catchy, la recitazione sempre ottima, l’idea di revival sempre presente e quasi incombente anzi sulle vicende. Epperò è tutto tanto, è tutto troppo, è tutto esagerato: esagerata la storia d’amore, esagerati gli inseguimenti, esagerato il Sottosopra, esagerato tutto. La seconda stagione pecca di misura, forse proprio per paura di stufare, o di non piacere abbastanza, chi lo sa: tuttavia io ho fatto fatica a ingranare, e sono stati molti i passaggi in cui ho sollevato gli occhi al cielo chiedendomi “ma perchè?”.

Forse la risposta mi è stata data, indirettamente, con il seguente commento: “questa seconda stagione è più serie tv”. In effetti, è vero. Se i primi otto episodi sembravano una sorta di omaggio ad un mondo che o non ci appartiene affatto o non ci appartiene più ( a seconda dell’età anagrafica dello spettatore), questi nuovi nove episodi hanno sottolineato come si sia creato un mondo da esplorare attraverso la macchina da presa, e per questo motivo è stato necessario inserire delle dinamiche classiche delle serie. I fratelli Duffer hanno introdotto nuovi personaggi, hanno dato nuovi imput, hanno “nascosto” (ma neanche così tanto) un pilot per una nuova storia… insomma, hanno trasformato una “cosa” unica in un prodotto. Ottimo, ma un prodotto come tanti.

Complice di questa mia percezione è senza dubbio anche la massiccia campagna pubblicitaria che ruota intorno a Stranger Things: Netflix, non senza creatività, ha creato una serie di spot più o meno divertenti per promuovere la seconda stagione, in Italia ha attivato un numero di telefono per parlare con Dustin… e se ne avete tempo e voglia, vi consiglio di cercare su Spotify la colonna sonora originale della serie e provare a muovere il cursore dell’avanzamento trascinandolo con il mouse.

Ecco, forse è un po’ troppo.

 

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