Film

Più di un horror: The Cured

Non sono mai stata un’amante dei film horror. Non mi piacciono, non mi hanno mai attirata, non mi soddisfano: ho sempre preferito leggere romanzi sul genere, ma guardare serie o film mai.

Quindi mi sono stupita anche io quando i sono fatta convincere a partecipare alla Notte Horror organizzata dal 35° Torino Film Festival, una nottata di brividi intervallata da caffè e cornetti.

Sul primo film, sento di non avere nulla da dire: Kuso di Flying Lotus è un’opera talmente sui generis da risultare per me indefinibile e inspiegabile, e ancora devo decidere se quello che ho visto mi è davvero piaciuto oppure no. Game of Death, che sulla carta doveva essere il lungometraggio più bello della serata, è stato una delusione pazzesca, tanto che non vale neppure la pena parlarne troppo.

Vorrei invece dire due parole su The Curedterzo e ultimo film della nottata; ma non tanto sulla trama, che rimane comunque piuttosto innovativa per essere uno zombie movie, ma piuttosto sulle domande e le implicazioni che una pellicola del genere solleva.

In un tempo non meglio identificato – ma non così lontano da noi – il virus Maze ha infettato gran parte della popolazione mondiale, trasformandola in un’orda di zombie affamati di carne e sangue. Tuttavia viene scoperta una cura, che inizia da subito a fare effetto sulle vittime, che diventano così I Curati (the cured in inglese, appunto). Sarebbe tutto bellissimo e banalissimo, non fosse che chi guarisce ricorda tutto quello che ha fatto durante la “malattia”. Inutile dire che questa categoria di persone viene emarginata e rifiutata da chi non è mai stato contagiato: altrettanto inutile dire che il reinserimento nella società è piuttosto complesso se non impossibile.

Oltretutto un 25% della popolazione, i cosiddetti Resistenti, non reagiscono alla cura. Cosa farne di loro? Sforzarsi per trovare una soluzione oppure sterminarli? Bella domanda. E come la vedono i Curati? Siamo sicuri che non abbiano da qualche parte quell’istinto del branco che contraddistingue la malattia, che permette loro di cacciare e comunicare in gruppo? In fondo il virus Maze è come la varicella, una volta preso non è più possibile contrarlo… dopotutto anche chi è guarito è stato un mostro, una volta.

E quindi? E quindi il film non dà risposte, genera solo domande. La parte horror, ovvero l’epidemia, in fondo non è che un pretesto originale per parlare di qualcosa che è già e successo, e che sicuramente succederà. La domanda è: quando smettiamo di essere umani, e quando torniamo ad esserlo? C’è una linea di separazione tra i due stati, e se sì, qual è? Cosa si può perdonare e cosa no, cosa ci autorizza a ghettizzare categorie di persone per colpe indipendenti da loro? E ancora: quando l’amore deve arrendersi di fronte all’evidenza dell’impossibilità? Quanto è giusto agire per il bene della persona amata mettendo da parte la razionalità e il buonsenso? Non sono domande semplici, soprattutto se nessuno fornisce le risposte. Il film gioca su questi chiaroscuri etici e morali, facendoci a volte patteggiare per i “cattivi” e a volte per i “buoni”. Con un finale a sorpresa, dal gusto amaro ma giusto. Tutto condito da qualche scena di violenza, ma senza mai sfociare nello splatter, e da scelte di regia intelligenti e una fotografia molto interessante. Anche la recitazione è di altissimo livello, soprattutto per quanto riguarda le parti maschili.

Insomma, qualche salto sulla sedia c’è stato, ma per il resto The Cured è a parer mio un horror di altissimo livello, che rende spaventosa più che gli zombie la natura umana stessa, che sa essere più mostruosa dei mostri.

 

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3 pensieri riguardo “Più di un horror: The Cured”

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