Film

La Russia made in England

3 marzo 1953. Stalin, leader supremo dell’Unione Sovietica, muore a causa di un’emorragia cerebrale. Dopo la sua morte, i Ministri del suo Governo creano alleanze e intrighi cercando di prendere il potere; i due principali contendenti, Berija e  Kruščëv, si sfidano fino a giungere alla congiura di quest’ultimo ai danni del primo, che viene barbaramente ucciso.

Tutto vero, fatti storici. Adesso immaginatevi questa storia raccontata da un regista italiano con un cast britannico, metteteci humor inglese e avrete un’idea di quello che è Morto Stalin, se ne fa un altro.

Armando Iannucci ha messo in scena una bellissima versione di questo periodo storico sul quale è estremamente difficile ridere o anche solo sorridere: avvalendosi di attori come Steve Buscemi e Samuel Russel Beale nei panni di  Kruščëv e Berija, il regista italiano è riuscito a esportare il caratteristico e spesso inclemente humor britannico in un contesto molto lontano dall’Inghilterra. Questa pellicola fa ridere, in maniera sana, è assurdo e ironico, ma non per questo leggero o sciocco: il finale infatti non lascia spazio a nessuna ironia, ma solo alla Storia con tutta la sua scomoda imponenza. E c’è ben poco da ridere.

Tuttavia è lecita la conclusione più seria rispetto al resto della vicenda: tra marionette e abili burattinai Morto Stalin, se ne fa un altro dipinge una Russia in costante contraddizione, indecisa se adorare Stalin oppure maledirlo. Questo è l’atteggiamento dei ministri protagonisti di questa storia; benché tutti fedelissimi al loro leader, appena si ventila la sua morte nessuno di loro perde troppo tempo a piangerlo. Nulla di originale, certo, ma è innovativo e sottile il modo di presentare questo problema, utilizzando il surreale e la proverbiale comicità inglese come veicoli di un messaggio ben più serio, dipingendo una situazione drammaticissima in maniera quasi collaterale, eppure assolutamente centrale.

La provenienza geografica della totalità del cast, poi, fa il resto: la mimica facciale e la fisicità degli attori creano delle macchiette, riducendo Berija a un arrivista spione sovrappeso e Kruščëv a un viscido furbone con la battuta sempre pronta, dei caratteri prima ancora che delle personalità storiche che popolano i nostri libri di storia. E con loro tutti gli altri: i restanti componenti del governo, i figli del defunto Stalin, persino i direttori della radio e la pianista sono piccoli capolavori. Ma il personaggio a parer mio meglio riuscito è il Feldmaresciallo Georgij Žukov, pieno di sè fino all’ultima mostrina appuntata sulla divisa, interpretato da Jason Isaacs, che molti di noi ricordano nei panni di Lucius Malfoy.

Cinismo, ironia, ma anche una chiarissima critica a una politica che non dovrebbe più nè pensarsi né esistere: perché in fondo, purtroppo, morto uno Stalin se ne fa un altro.

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