Film

Carattere nero su fondo rosso

Un mattino come tanti, una donna ferma la sua vecchia macchina vicino a tre grandi cartelloni pubblicitari, abbandonati lì da anni ormai. Pochi giorni dopo, sulle stesse tre strutture compaiono dei grossi manifesti rossi, con scritta nera, che accusano il dipartimento di polizia di non aver indagato sullo stupro e la morte di una ragazzina.

Ovviamente, la donna nella macchina è la madre della ragazza, e quei tre schiaffi morali ai tutori della legge sono opera sua.

Questo è l’incipit di 3 manifesti a Ebbing, Missouri, un film che ha vinto e stravinto ai Golden Globes e conta infinite candidature in alcuni tra i più famosi festival cinematografici mondiali. Questa pellicola potrebbe avere un gusto sdolcinato, scontato, una di quelle cose che si guardano commentando a mezza voce “massì, ora succede questo, questo e quest’altro”: invece, per quanto alcuni passaggi non siano sorprendenti, non c’è niente di sicuro.

Lasciamo da parte la trama, che non ha un impianto così originale: quello che stupisce davvero di 3 manifesti, che alla lunga diventa un esercizio quasi fastidioso, è il continuo oscillare tra toni e registri diversi. Un momento prima un dialogo straziante o un gesto estremo portano alle lacrime, quello dopo una mossa stupida o maldestra fa nascere un sorriso o anche solo un ghigno sulle labbra dello spettatore. Non è facile seguire un andamento del genere, perché diventa difficile capire dove vuole andare a parare il film: ma forse la sua forza e la sua bellezza stanno proprio in questo, descrivere una situazione terrificante usando mille sfumature e finendo, di fatto, in nulla. In quasi nulla, in verità. Di cambiamenti ce ne sono tanti, tantissimi, di cose ne succedono tante: il delitto non viene risolto, non c’è nessuna giustizia, eppure per qualcuno la redenzione e la pace ci sono. In modo distorto, forse, ma ci sono.

Questo film è un’altalena che mostra le contraddizioni di un’America che non sa essere buona o cattiva, razzista o inclusiva, che non sa più cosa sia da premiare o cosa da punire. E alla fine questa frattura non viene sanata, viene piuttosto evidenziata: il poliziotto cattivo, quello che lancia a gente fuori dalla finestra e picchia le persone di colore, alla fine diventa buono e decide di andare ad ammazzare gli stupratori. Giusto o sbagliato? Tocca allo spettatore decidere. Non ci sono, in 3 manifesti, personaggi assolutamente positivi o negativi: anche la madre della giovane vittima non è una santa, anzi, sembra essere una madre degenere. Eppure.

Ovviamente, perché un film del genere non diventi un inno al caos, c’è bisogno di una cura maniacale per la regia, che naturalmente non manca. L’uso delle luci e dei colori è magistrale, dando a volte la sensazione di guardare un quadro; insieme alle immagini anche il suono, con una colonna sonora che talvolta entra in contrasto con ciò che accade sullo schermo, gioca una parte fondamentale. I dialoghi sono scarni, non ci sono lunghi monologhi densi di significato o di filosofia: no, ci sono solo parole vere, parole reali, che sottolineano quanto nella vita il lieto fine spesso lo vediamo solo al cinema – quando c’è.

Un’ultima menzione agli attori: un cast eccezionale, dove Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell tengono in piedi il film interagendo tra di loro e con gli altri personaggi, e creando un trio di figure eccezionali nella loro unicità, che descrivono il dolore, la gioia, la violenza e l’ingiustizia della vita.

Bello, delicato, crudo: 3 manifesti a Ebbing, Missouri racconta la verità della vita e il suo continuo oscillare. Tutto usando tre domande in stampatello maiuscolo nero su fondo rosso.

 

 

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