Libri

La voce del fuoco

Chi è stato in Inghilterra in posti diversi dalle grandi metropoli, sa benissimo che alcune cose possono essere successe solo lì. Ci sono leggende, racconti, fiabe, e episodi storici che possono essere stati inventati o essere capitati solo su quest’isola; ma la Storia – e le storie – si sa, vengono dimenticate… finché qualcuno non le riporta alla luce, intrecciando la verità alla finzione, e creando un nuovo impianto leggendario e mitico che ha quasi più dignità di quello originario.

Alan Moore, nell’ultimo capitolo del suo romanzo La voce del fuoco, dichiara di aver voluto legare proprio questi due aspetti e raccontare la città di Northampton dall’alba dei tempi, senza nascondere gli eventi più sanguinosi e immaginifici, anzi, mostrandoli in tutto il loro orrore. Il volume in ogni capitolo racconta qualcosa di una diversa fase evolutiva della città, combinando tra loro visioni dell’autore e fatti storici: dalla preistoria ai giorni nostri, Moore ripropone la sua versione della città, colpendo il lettore nello stomaco in più di un paragrafo.

La cosa che più ho trovato affascinante è l’uso della lingua: non avendo mai letto nulla di questo autore non mi sono azzardata a leggerlo in originale, e con il senno di poi ho fatto bene. Ogni capitolo viene scritto con il linguaggio proprio dell’epoca che descrive; e così nella preistoria ci sono frammenti di frasi privi di qualsiasi logica e sintassi compiuta, nel 1700 discorsi infiorettati e composti, addirittura un infinito estratto di diario presentato come un flusso di coscienza. Qui sta la perizia e la cura di Alan Moore: ogni parte del libro, per quanto collegata armoniosamente al tutto, costituisce un piccolo mondo a sé, così che La voce del fuoco è di fatto una macchina del tempo tascabile, da sfogliare in qualsiasi ordine.

Perché, però, di tutte le città inglesi, proprio Northampton? Per due motivi, dichiarati dallo stesso autore. Innanzitutto è la sua casa, il luogo dove vive da anni per questioni prettamente politiche, e ormai la conosce come le sue tasche. Poi perché, per Moore, tutta la violenza, lo sfacelo, il marcio, in questo centro urbano sono congeniti: sin dall’alba dei tempi le ossessioni si ripetono e le maledizioni si tramandano, e appestano tutta l’aria. C’è forse un modo per spezzare questo ciclo infinito di violenza e miseria? Secondo l’autore, no. L’unica cosa da fare è accettare lo stato delle cose.

La voce del fuoco non ha nessuna morale da trasmettere, nessun messaggio positivo: è “solo” un gioco elaborato ed elegante con la Storia e con le storie, con le voci e con il tempo, un gioco molto pericoloso che si conclude con la consapevolezza che il futuro è ancora da scrivere, per Northampton, ma che sarà il passato a impugnare la penna e a deciderne il testo.

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