Film

È la stampa, bellezza

Immaginate una corsa a ostacoli. Pensate di essere sulla linea di partenza di un percorso difficile, pieno di insidie e di difficoltà: il vostro avversario cade miseramente dopo pochi giri, il vostro coach si lascia mal consigliare dai suoi assistenti che pensano di poter e saper fare meglio, voi state annaspando ma diamine, la volete proprio vincere questa benedetta corsa. A un certo punto, in pista, uno spettatore vi lancia un paio di scarpe da ginnastica altamente performanti che sapete vi aiuteranno ad arrivare alla finish line; ma i giudici di gara hanno già squalificato il vostro avversario per una calzatura molto simile, e il vostro allenatore non è sicuro di voler rischiare… finché alla fine non si convince, vi dà l’ok, voi vincete non solo la gara ma permettete a tutti gli atleti dopo di voi a indossare quelle scarpe. Un lieto fine, insomma.

The Post di Steven Spielberg racconta la storia del Post allo stesso modo: la corsa diventa la necessità di pubblicare delle buone notizie e di farlo prima degli altri, le scarpe sono lo scandalo scoppiato negli anni ’70 a causa dell’occultamento di alcuni documenti riguardanti la guerra del Vietnam, il giudice di gara è il tribunale, il vostro coach è Kay Graham, impersonata da Meryl Streep, e voi siete Ben Bradlee, interpretato da Tom Hanks. Tutto il film è una corsa contro il tempo, contro le paure, una corsa che ha come premio il diritto alla libertà di stampa e di informazione. Tutto è concitato, veloce, una trama sociale e politica che prende forma sotto gli occhi dello spettatore che assiste ad una sorta di action movie, anche se di azione ce n’è (apparentemente) ben poca.

Un film veloce, che fa venire quasi il fiatone: una storia che poteva essere una banale glorificazione dell’America e della sua democrazia e invece evidenzia le sue attuali mancanze e vulnerabilità. Politico quanto serve, scontato quanto basta: un inno alla libertà con il gusto amaro della sua perdita, un desiderio di riscatto e un invito a far valere i propri diritti in un’epoca dove il giornalismo è morto, o sta morendo.

The Post è anche un film femminista in maniera assolutamente intelligente. Kay Graham, direttrice del giornale, viene costantemente schiacciata e svilita dal consiglio di amministrazione composto solo da uomini, che non la ritengono adatta al ruolo. Lei invece, nonostante la sua apparente superficialità e civetteria, di rivela essere una forza della natura, capace di decisioni assolutamente impopolari e interessata più alla morale che non al profitto. Molto bella poi la scena fuori dal tribunale, in cui la Streep cammina in mezzo ad una folla di giovani ragazze hippie che la guardano con amore e rispetto. Lo stesso caporedattore Bradlee, inizialmente poco rispettoso nei suoi confronti, alla fine del film ha capito che oltre ai bei vestiti e agli amici della buona società Kay è molto di più: è una donna forte e intelligente, ben diversa da ciò che vorrebbero fosse i suoi consiglieri.

Un bel pezzo di storia del giornalismo, un modo abile di narrare la vicenda e due attori protagonisti che hanno dato vita a due grandissimi personaggi. The Post è una bella corsa contro il sistema e contro il tempo, corsa diretta da Spielberg in maniera impeccabile.

Dopotutto: è la stampa, bellezza.

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