Serie TV

Cunanan e Versace

American Crime Story: the Assassination of  Gianni Versace poteva essere, dopo il successo clamoroso della prima stagione (incentrata sul caso O.J. Simpson), o una schifezza inclassificabile o un capolavoro assoluto. Non è stata né l’una, né l’altra cosa, ma una accettabile via di mezzo.

La storia ruota intorno alla complessa e problematica figura di Andrew Cunanan, serial killer passato alla storia come l’assassino di Gianni Versace. La serie si apre proprio con la morte dello stilista, e la trama si svolge all’indietro: il passato dell’omicida emerge a poco a poco partendo dal suo ultimo delitto per risalire al primo, per arrivare fino all’infanzia. A differenza della prima stagione di American Crime Story, lo spettatore sa cosa è successo: dal primo episodio in poi basta seguire una strada percorrendola al contrario, per saltare poi di nuovo in avanti con le ultime puntate.

Benché il tutto sia tratto da una storia vera, ci sono troppi passaggi romanzati: i personaggi, che sono numerosissimi, sono presentati in maniera più o meno approfondita a seconda di quanto peso emotivo abbiano su Andrew, che rimane il perno dell’intera vicenda, relegando Versace quasi a un nome sulla lista delle sue vittime. Alcuni passaggi sono esageratamente romanzati e patinati, e sembrano essere stati solo per suscitare nello spettatore un patetismo un po’ forzato – e inutile.

Di contro, ci sono alcuni passaggi e alcune soluzioni di regia assolutamente splendide: a livello tecnico, L’assassinio di Gianni Versace è un prodotto davvero eccellente, che ha delle intuizioni geniali. Intelligente, per esempio, la scelta di creare una sorta di composizione circolare per l’intera serie: tutto finisce dove è iniziato, sulle scale della villa Versace, nel sangue e nel dolore. Anche il cast, che conta anche nomi piuttosto conosciuti, è stato all’altezza delle attese, benché talvolta sia scivolato su quel pavimento bagnato che è il patetismo forzato.

Un punto ad assoluto favore della serie è, a parer mio, l’atmosfera che ha saputo evocare: tutto è barocco, esagerato, esattamente come i vestiti del defunto stilista. Ma oltre lo sfarzo, si scorge la realtà difficilissima della comunità omosessuale mondiale negli anni ’90, del degrado sociale americano, della foga di avere e di apparire per potersi sentire realizzati nella vita. Si scorge la droga, l’AIDS, la paura della morte e il bisogno di celebrare la vita.

American Crime Story: the Assassination of Gianni Versace non sarà un capolavoro ma è un buon prodotto: come il simbolo della casa Versace, la Medusa, mostra il bello e il brutto, a volte esagerando, a volte osando, ma sempre mostrando.

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